IL BORGO DI VIGOLENO E I SUOI SETTE QUARTIERI
Il Borgo di Vigoleno e i suoi sette quartieri
Il feudo di Vigoleno era suddiviso in sette quartieri, il 1° quartiere era il Capoluogo Castello o Vigoleno, seguivano poi quello di Ongina, Bacedasco, Orsi, Costa, Groppo e Villa (Carlo Passera “Il Comune e gli homini” di Vigoleno – studio inedito del Fondo Scotti presso l’Archivio di Stato di Piacenza).
Dai verbali redatti il 31 dicembre degli anni 1603, 1622, 1774 e 1795 Carlo Passera, studioso locale, ha ricavato numerose informazioni.
In particolare dalla “Nota di tutti i focolari, che sono nella giurisdizione di Vigoleno divisa nei seguenti Quartieri” compilata nel 1729 si ricavano ulteriori e dettagliate informazioni sugli abitanti e sulla loro distribuzione nel Feudo.
Risulta che il Quartiere dell’Ongina era il più popoloso e comprendeva 67 nuclei famigliari seguivano Bacedasco e Case degli Orsi con 57 nuclei ciascuno, alla Costa abitavano 33 nuclei famigliari, a Vigoleno 32 nuclei, al Groppo 21 nuclei famigliari e infine alla Villa 16 nuclei famigliari.
Gli abitanti del Comune risultavano suddivisi in 283 nuclei famigliari per una popolazione complessiva di circa 2000 persone.
I cognomi più frequenti in questi quartieri sono Eleuteri, Gandolfi, Visconti, Loschi, Bertoncini, Sidoli, Peracchi, nel quartiere Ongina - Del Bue, Torri, Bargazzi, Granelli, Ricci nel quartiere di Bacedasco – sempre Visconti e Ricci, Tosca, Corsini, Racchetti, Passera e Trabucchi. Tutti cognomi ancora presenti su questo territorio.
A metà dell’ottocento con decreto del Duca di Parma Carlo III di Borbone veniva ordinato il trasferimento della sede municipale da Vigoleno e Vernasca.
LE MURA DEL BORGO
Le mura del Borgo
Le mura del Borgo di Vigoleno e il castello sono andati distrutti più volte almeno fino al 1389 quando furono ricostruite da Francesco Scotti che otteneva dal duca di Milano licenza per poter riedificare il castello.
Il complesso fortificato dal 1389 è comunque cambiato subendo costanti sistemazioni soprattutto in epoca Rinascimentale quando alcuni edifici del castello e l’oratorio della famiglia Scotti venne ristrutturato per volontà del Conte Alessandro Maria Scotti Douglas, figlio di Guglielmo e della Signora Antonia di Campo-Fregosio, l’Oratorio sulla piazza della fontana che era stato riedificato nel 1389 dal Conte Francesco Scotti figlio di Cristoforo.
Dagli studi condotti da Giorgio Eremo si evince che anche la località denominata Castel Sottano fosse racchiusa dalle mura del borgo di cui costituiva probabilmente una ulteriore fase di sviluppo.
Le ricerche condotte da Giorgio Eremo lo hanno portato a individuare il piedritto destro di una perduta porta di accesso alle mura …e all’esterno, i resti di una sezione di muraglia che si estendeva a monte della strada di accesso per poi congiungersi alle cortine del borgo alto.
Da questa immagine si può chiaramente vedere la torre sulla sinistra che costituiva l’accesso centrale al Borgo di Vigoleno dalla valle dello Stirone il borghetto in basso a sinistra è Castel Sottano, da cui parte una strada che arriva nel borgo, l’uomo che si vede nella fotografia sta invece percorrendo la strada comunale che andava in direzione di Salsomaggiore.
In questa foto presa pochi anni dopo si vede chiaramente che la torre sulla sinistra è in parte crollata e la strada che connetteva Castel Sottano a Vigoleno è ricoperta di arbusti.
Questa foto è stata scattata lungo l’antica via di accesso al Borgo che passava dalla località Cascina, che si vede sulla sinistra superata la quale vi era un bivio, prendendo a destra si arrivava a ridosso delle mura del Castello da dove si accedeva dalla porta centrale, oggi crollata, che permetteva di accedere al Borgo, se si procedeva a sinistra invece si raggiungeva il rivellino da cui si poteva accede sempre al Borgo ma tramite il Castello. L’altra strada di accesso al Borgo era a Nord e collegava Vigoleno con la frazione di Bacedasco attraverso la strada della Poma, sistemata a metà dell’ottocento sempre per volere degli Scotti.
IL RIVELLINO E L’ACCESSO AL BORGO
Il Rivellino e l'accesso al Borgo
Il rivellino costituisce l’elemento difensivo che fin dal XIII secolo proteggeva l’accesso alla fortezza. Questa struttura fortificata veniva generalmente costruita prima del fossato e del ponte levatoio. Anche nel caso di Vigoleno è così e il fianco di questa costruzione verso la piazza denuncia che durante la ricostruzione delle mura fatta dagli Scotti a partire dal 1389 il rivellino è stato sopralzato e probabilmente modificato e ingrandito rispetto a quello precedente (si veda la Foto)
Superato il rivellino si accede al Borgo attraverso la porta di accesso ad arco semi ribassato che in passato ospitava il ponte levatoio.
La porta è racchiusa da due contrafforti delimitati in altezza da un merlo ghibellino ciascuno.
Nello spazio intermedio superiormente all’arco dell’ingresso, si aprono i due incastri per i bolzoni e le catene del ponte levatoio. Allineate con queste fessure e aventi le stesse caratteristiche strutturali, ne spiccano al centro del paramento murario altre due aventi interamente andamento inclinato per rendere funzionali le soprastanti caditoie create per la difesa del sottostante ingresso, prive di aggetto perché ricavate nello spessore del muro.
Verso l’interno questa porta è realizzata in pietre squadrate e mattoni, la struttura non è incastrata nella struttura della torre ma ad essa appoggiata. Questo fa supporre che sia stata realizzata in un secondo tempo.
Superata questa prima porta si arriva alla seconda porta in pietra con eleganti capitelli da cui si diparte l’arco a tutto sesto costruito con grossi blocchi di pietra.
Il muro soprastante l’arco anch’esso in pietra termina con quattro merli in parte realizzati in pietra e finiti in mattoni. La sommità di questi merli a coda di rondine è fatta in laterizio e sembra un’aggiunta infatti la struttura sottostante ha la stessa altezza a denunciare un passato guelfo piuttosto che ghibellino.
Questo ingresso era chiuso da un portone a doppio battente, ancora oggi sono ben visibili i cardini di questo portone.
È molto probabile inoltre che superata questa ultima porta sul lato sinistro della stessa vi fosse un’altra torre, rintracciabile nelle fondamenta dell’attuale casa Tanzi a chiudere le mura da quel lato verso la collina a nord. Con il tempo queste costruzioni hanno subito trasformazioni e riadattamenti fino almeno alla fine del XIX secolo inizi XX secolo.
Superata Casa Tanzi si accede alla piazza della fontana sulla quale si affaccia il Castello con le sue torri e l’Oratorio della Beata Vergine delle Grazie.
LA FONTANA
La fontana
La fontana della Piazza si compone di due vasche, quella inferiore costituita da pietre cementate di dimensioni maggiori, che ha forma circolare ricoperta alla sua sommità da lastre di pietra arcuate. All’interno di questa vasca, emerge una colonna che sostiene una vasca circolare ricavata da un monolite elegantemente scolpito che potrebbe essere stato realizzato nel XVI secolo anche se sappiamo che nel XVIII secolo la fontana è stata ricostruita.
Le prime notizie sulla fontana risalgono al 1582 per spese sostenute alla riparazione della condotta che l’alimentava. Il documento che ne parla è costudito nel Fondo Scotti e figura nell’inventario Cronologico dell’antico casato sotto il titolo “Spese fatte dalla Comunità di Vigoleno alla fontana, al castello e alla cisterna a cominciare dal 1582, poi nel 1693, nel 1713 fino al 1721”
Questo documento elenca i numerosi lavori di manutenzione che furono eseguiti nell’arco di 150 anni, compreso il rifacimento del piccolo acquedotto.
La rete idrica comunale era costituita da un vaso (sorgente), distante poche centinaia di metri dall’ingresso del castello e da una condotta composta da una serie di cannoni (tubi) in laterizio, innestati gli uni agli altri, che rifornivano la fontana. Vi era poi la cisterna che serviva a raccogliere anche l’acqua piovana e il troppo colmo della fontana che scaricava la propria acqua proprio nella cisterna.
La cisterna è collocata proprio nella piazza e ne fuoriesce la cupola. È un grande stanzone interrato lungo 12 metri circa e largo 6,4 metri con un’altezza di 5,3 metri ed era alimentato da delle vaschette di recupero dell’acqua piovana.
Il documento del 1721 attesta che in 150 anni furono eseguiti solo lavori di ripristino della condotta dell’acqua, questo significa che la cisterna e la fontana esistevano già nel XVI secolo.
“Dal libro dei conti del Comune di Vigoleno risulta che il 23 marzo 1584 sono state pagate due lire e cinque centesimi a Francesco Ferrero per opere tre alla Cisterna e il giorno successivo Giovanni Butero ne aveva guadagnate tre sempre per opere quattro alla Cisterna”.
Sono poi diverse le “Grida” del Podestà di Vigoleno affinché gli abitanti del Borgo non gettino immondizie nella cisterna o lavino qualsivoglia cosa nella fontana, unica fonte di acqua potabile del villaggio.
La rete di adduzione è stata oggetto di diversi interventi di manutenzione anche molto costosi. Agli inizi del 1700 i cannoni e i quadrelli (mattoni) e la calcina furono prodotti direttamente sul posto presso la fornace d’Ongina che era nelle vicinanze del Botteghino. (per tutte le notizie si rimanda al libro di Giorgio Eremo Vigoleno …..da Vicolo (ò sia hoggi da Vicoleno) .. Ed. Tep edizioni d’arte)
IL MASTIO
Il Mastio
Il Mastio di Vigoleno domina sul Borgo ed il fulcro centrale del sistema murario e difensivo. La cinta muraria che lo cinge al suo interno e il suo innestarsi sulle mura in posizione arretrata sono caratteristiche proprie di un’architettura pensata per resistere e opporre una valida difesa al dilagare delle artiglierie nel tra la fine del XV e la metà del XVI secolo.
Verso l’esterno il Mastio non presenta una cinta muraria propria ma si innesta sulle mura del XIV secolo, all’interno del Borgo verso la fontana la Torre principale è ulteriormente protetta da un muro che potrebbe essere stato eretto tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, è inoltre probabile che l’attuale ingresso alla torre sia stato aperto nel muro difensivo in epoca tarda, forse nel XIX secolo e che anticamente si accedesse al cortile della fontana tramite delle scale ritraibili. La stessa porta di accesso alla torre è stata certamente ricavata in un periodo successivo.
Il Mastio ha forma quadrata e si sviluppa in altezza per circa 30 metri. Si compone di quattro vani sovrapposti. Il piano terreno con soffitto a volta a botte prende luce da una feritoia a sviluppo verticale. A questo locale oggi si accede da un ingresso realizzato in epoca tardiva rispetto al tempo in cui fu edificata la Torre. Al cento della volta a botte vi sono tracce di una antica apertura quadrangolare che metteva in comunicazione questo locale con quello posto al piano superiore. La scala che sale al piano primo si interrompe su un pianerottolo che dava accesso al ponte levatoio che connetteva la torre al muro difensivo interno al Borgo, la scala poi procedeva a destra dando accesso piano primo.
La stanza al piano primo con soffitto a volta a crociera molto alta e con la chiave di volta costituita da una pietra circolare con scolpito lo stemma degli Scotti unita ad un altro blasone forse quello dei Rangoni.
Il camino presente nel locale sia per le dimensioni che per i decori lo colloca in un tardo rinascimento. Sulla parete opposta al camino c’è la porta che conduce al camminamento di ronda e alla Torre meridionale sopralzata.
Al secondo piano si trova un’altra stanza che a differenza della prima non è provvista di camino pur avendo la chiave di volta molto simile a quella precedente. Da questo piano si accede sempre tramite una scala al piano terzo che presenta sempre un soffitto a volta a crociera ma con una chiave di volta che non ha inciso lo stemma degli Scotti ma presenta un’unica stessa al centro.
Da questa stanza si raggiunge la piattaforma merlata del tetto.
IL CAMMINAMENTO DI RONDA
Il camminamento di Ronda
Il Mastio, già durante la ricostruzione avvenuta alla fine del ‘300 è stato collegato ad una torre di modeste dimensioni attraverso una muraglia.
Il camminamento di ronda originariamente era probabilmente più stretto e fu rafforzato nel rinascimento con l’ispessimento della muraglia verso l’interno del Borgo.
Sulla parete interna della muraglia nel lato prospiciente la piazza della fontana fu aperto nel paramento del muro difensivo ad una altezza adeguata una cannoniera con strombatura interna a gradoni, oggi tamponata sul lato esterno del camminamento di ronda.
Questa stessa apertura fu poi usata, fino all’inizio del XX secolo per introdurre paglia e fieno nella grande stalla sorta in precedenza sul terrapieno sottostante, a ridosso della muraglia
LA TORRE MERIDIONALE (TORRE CON SOPRALZO)
La torre Meridionale
La torre si compone:
- Di un piano terra dal quale oggi si accede da una porticina esterna al perimetro delle mura, cosa improbabile in epoca medioevale quando questa torre fu costruita.
- Di un piano primo caratterizzato da una stanza con volta a crociera che appoggia su quattro peducci in pietra somiglianti a quelli presenti nel Mastio, a cui si accedeva da un edificio di servizio.
- Di un secondo piano che era raggiungibile sia dall’edificio di servizio che dal camminamento di ronda. Questa stanza è fornita di un caminetto neoclassico in pietra. Questo camino potrebbe essere stato inserito lungo questa parete negli anni ’20 del novecento, lo denuncia il tavellone in laterizio posto sopra l’architrave del camino stesso venuto alla luce a causa del distacco dell’intonaco. Il soffitto di questa stanza è stato dipinto a secco in stile barocco e ricorda le decorazioni del piccolo teatrino realizzato all’interno del castello.
- Di un terzo piano al quale si accedeva sempre attraverso l’edificio di servizio. A questo piano è presente un locale più piccolo con soffitto ligneo sostenuto da eleganti mensole.
- Attraverso una rampa di scale si accede poi ad un altro cammino di ronda e da questo si entra nella stanza al quarto piano molto simile a quella sottostante.
- L’ultimo vano della torre è infine raggiungibile attraverso una botola praticata nel soffitto della stanza posta al quarto piano e una scala a pioli. Questo piano è il sottotetto della Torre Meridionale.
Questa torre alla sua sommità è caratterizzata da un triplice ordine di beccatelli in pietra e caditoie ed archetti di collegamento in laterizio che sostengono la struttura superiore che è aggettante rispetto ai piani sottostanti.
IL CASTELLO PALAZZO
Il Castello Palazzo
Il Castello Palazzo è prospicente la piazza della fontana. Osservandolo dando le spalle all’Oratorio della famiglia Scotti si può notare che la porzione di edificio che collegava il Castello alla Torre Meridionale è stato abbattuto, probabilmente dopo la seconda guerra, qualche decennio fa il collegamento è stato ripristinato con la realizzazione di due ponti in ferro color bianco.
Osservando la facciata del Castello si nota subito un muro di cinta che separa il cortile del Castello dalla piazza che parte da un elemento turrito su cui si salda il corpo di fabbrica del Palazzo ristrutturato nel cinquecento quando si è aggiunta la torre di collegamento verticale e il muro di cinta, il bugnato presente in facciata ci permette di datare questi interventi intorno alla seconda metà del cinquecento, quando sappiamo che furono approntati lavori di ristrutturazione che coinvolsero anche l’Oratorio della Famiglia Scotti.
Alla sommità della torre vi è una bifora in pietra che da aria e luce ad un locale raggiungibile attraverso una botola ricavata nel soffitto del vano scala.
Recenti interventi di restauro hanno rivelato che l’edificio si basa sopra una precedente struttura muraria.
Il Castello si sviluppa su tre piani fuori terra e un piano interrato – seminterrato che ospitava le scuderie del Castello, questo piano presenta una volta a botte. Al piano seminterrato vi sono due grandi ambienti che ritroviamo anche al piano terra qui separati in locali oggi adibiti a ristorante e accoglienza della struttura alberghiera che usa questi locali.
Una volta il cortile prospiciente la piazza della fontana e il grande cortile terrazza che guarda verso la valle dello Stirone non erano collegati, fra loro si frapponeva una porzione di edificio oggi abbattuta.
In tutti i Saloni del Palazzo sono presenti camini in pietra riccamente decorati risalenti al seicento. Tutti i soffitti dei saloni sono in Legno a cassettoni anch’essi riccamente decorati.
tracce della finestra che è stata chiusa quando fu realizzata la torretta prospicente al piazza della fontana
IL TEATRINO
Il Teatrino
Nel 1921 la principessa Maria Ruspoli de Gramont entra in possesso del Castello di Vigoleno che lo restauro arredandolo e arricchendolo con notevoli pezzi di antiquariato acquistati a Firenze e Bologna. Lascerà Vigoleno nel 1935 murando una epigrafe scritta in latino che recitava “Lascia questi luoghi rimpiangendo quelle cose che alla fine rimpiangeranno lei”.
In una lettera del 1975, un anno prima della morte, e indirizzata al maestro Ettore Carrà, scrive: «Tutto era da fare. Ristorare il castello e renderlo abitabile fu carissimo. Fu Iacovleff, un pittore russo che fece il piccolo teatro».
Alexandre Iacovleff (Pietroburgo 1887-Parigi 1938), formato all’Accademia della città natale andò via dalla Russia nel 1913. Lavorò in Italia e Spagna, dopo il primo grande conflitto mondiale viaggia in Oriente e poi rientra in Europa, prima a Parigi e poi a Londra. Intorno agli anni ’20 si stabilisce a Parigi.
Durante i viaggi che aveva compiuto in oriente questo artista aveva elaborato un’arte di sapore orientalista dove le figure, dialogando tra loro assumono pose ed espressioni molto teatrali e sono inserite in ambienti privi di spazialità fisica ma galleggiano quasi eteree in uno spazio privo di gravità.
Questo artista arrivò a Vigoleno, probabilmente al seguito della famosa ballerina russa Anna Pavlova (Pietroburgo 1881- l’Aja 1931).
Il Teatrino del Castello è considerato il più piccolo teatro d’Italia, riccamente decorato da pareti verdi con disegni e figure che si perdono in questo spazio immateriale. La scena contrasta con le pareti e richiama un’architettura settecentesca, è dipinta su tre grossi pannelli che sono separati dal fondo crea lo spazio nel quale si sviluppa l’azione scenica, dove la balaustra si interrompe da ambo i lati.
L’ORATORIO DELLA BEATA VERGINE DELLE GRAZIE
L'oratorio della Beata Vergine delle Grazie
La chiesa ha una pianta a croce greca che sembra simulare una croce latina, infatti il braccio di ingresso è più lungo degli altri, questo farebbe piuttosto pensare che chi l’ha progettata volesse rimarcare la presenza sulla piazza di tale fabbricato allineandolo a quella che oggi viene chiamata casa Tanzi, entrando nel Borgo si intravede la facciata ma prima ancora le scalinate di ingresso al Tempio che sporgono rispetto al corpo di fabbrica e invadono la visuale lungo la strada di accesso, costringendo anche chi all’epoca entrava con un carro tirato dai cavalli a sterzare subito a destra per evitare la scalinata.
L’attuale edificio è il frutto dei lavori di ristrutturazione che furono eseguiti a metà del cinquecento quando il Conte Alessandro Maria Scotti Douglas, figlio di Guglielmo e della Signora Antonia di Campofregosio, dopo la metà del 1500 lo fece restaurare e abbellire. L’oratorio era già stato ricostruito nel 1389 dal Conte Francesco Scotti figlio di Cristoforo.
All’incrocio dei bracci una struttura ottagonale con aperture ovoidali è sormontata da una lanterna.
La facciata racchiusa tra due lesene che arrivano al timpano presenta una trabeazione classica suddivisa in metope e triglifi. Al centro in linea con il portone di ingressi una finestra a forma quadrata rompe la continuità della trabeazione. Il fregio all’interno del timpano è lo stemma della famiglia Scotti.
All’interno gli altari presenti nelle cappelle laterali, databili al ‘600, sono dedicati a San Francesco d’Assisi e alla Madonna del Rosario.
Sulla parete di fondo dietro all’altare maggiore incorniciata dentro ad una imponente struttura lignea vi è un antico affresco che mostra al Madonna in trono riccamente abbigliata che allatta il bambino, (questo dipinto è stato restaurato da Lucia Bravi di San Niccolò a Piacenza).
Quest’opera, di un’artista minore, viene fatta risalire ai primi anni del 1500.
All’esterno della chiesa, sul lato destro della chiesa vi è un alto rilievo in pietra locale che rappresenta San Rocco.
L’ORATORIO DI SAN GIORGIO
L'Oratorio di San Giorgio
Percorrendo la via che dalla piazza della fontana conduceva a metà paese alla Porta di mezzo, si arriva dopo pochi metri alla piazzetta antistante la chiesa di San Giorgio.
Nell’archivio parrocchiale sono costudite due pergamene dove viene menzionata la chiesa datate 1223 e 1284.
La chiesa di Vigoleno, dal 1296 fu soggetta alla pieve di Castell’Arquato, per volontà pontificia.
Si accede alla chiesa attraverso «il portale che è a strombatura multipla, in cui si alternano i piedritti di sezione rettilinea e curva su alti basamenti e archivolti lisci, modanati e cordonati, in corrispondenza della ghiera più interna. Il profilo esterno del portale è sottolineato da un archivolto a formelle decorate con elementi vegetali. I capitelli, serrati unitariamente da un listello circolare e da un abaco modanato, presentano una modulazione a fascia continua con foglie palmate; nella lunetta è raffigurato S. Giorgio che uccide il drago, mentre due telamoni accovacciati sono collocati alla sommità degli stipiti a reggere l’architrave privo di decorazione» (Anna Segagni Malacart, L’Architettura, il sec. XII, in Storia di Piacenza – dal Vescovo conte alla Signoria, Cassa di Risparmio di Piacenza, Piacenza 1984, pag 542-543).
Per quanto riguarda il San Giorgio che uccide il drago, nella lunetta sopra l’ingresso della chiesa, ma anche per i due telamoni accovacciati potrebbero essere opera di uno scultore che operò nello stesso periodo alla deposizione della recinzione presbiteriale e l’Ascensione delle lastre della Pieve di Bardone, come ci ricorda, a ragione per quanto ci riguarda, la studiosa Lorenza Cochetti Pratesi (Lorenza Cochetti Pratesi, La scultura, l’eredità della scuola di Piacenza, in Storia di Piacenza – dal Vescovo Conte alla Signoria, Cassa di Risparmio di Piacenza, Piacenza 1984, pag. 660).
La chiesa è costituita da tre navate con tre absidi semicircolari e una torre quadrangolare, impostata sull’ultima campata.
I pilastri non hanno distanza regolare, sono a base cilindrica, appoggiate su basi a toro e scozia. I capitelli presentano immagini e decori differenziati serrati tutti da uno stesso collarino circolare e un listello ortogonale.
La copertura a capriate non è originale ma è stata ripristinata dopo un restauro che ha completamente distrutto le volte a crociera con costoloni di fattura cinquecentesca.
Tracce di queste volte sono ancora visibili nelle navate laterali dove, nel paramento murario sono visibili i solchi degli archetti delle unghie e spiccano pure i peducci di sostegno.
La chiesa, probabilmente quando arrivarono gli Scotti alla fine del ‘300, fu anche innalzata, lo dimostrerebbero dei fori presenti nel paramento murario sopra i grandi archi centrali che sono posti a distanza regolare e costituivano i punti di appoggio dei travetti di copertura precedenti più bassi di quelli attuali. Potrebbero essere di questo periodo infatti sia l’abside con l’affresco di San Giorgio che il tabernacolo in pietra riccamente decorato che si trova alla sinistra dell’altare addossato e parte integrante della struttura portante dell’arco absidale.
I capitelli della chiesa di San Giorgio presentano motivi che richiamano decorazioni classicheggianti sul tema dei capitelli corinzi qui però reinterpretati in modo schematico quasi geometrico a creare un elegante coronamento decorativo.
Il capitello più interessante è quello in corrispondenza del terzo pilone dove è rappresentata la sirena bicaudata «Simbolo della tentazione per antonomasia (si ricordi il celebre episodio odissiaco), la sirena si mostra prima d’ogni cosa come un essere doppio: donna-animale, ragione-istinto ed infine vita-morte. La sirena romanica, vista in stretto rapporto con la musica profana, l’amore carnale, la femminilità, il mostruoso, lo sconosciuto ed il diverso, suscitò certamente nell’uomo medievale un incredibile fascino mescolato a repulsione, a confermare la dualità e l’incoerenza della sua natura» (La sirena nell’iconografia e nell’immaginario medievale - di Tiziana Polo – CERM Centro Europeo di Ricerche Medioevali)
Sulla colonna della Sirena Bicaudata sono scolpite tre figure ca la studiosa Lorenza Cochetti Pratesi sostiene essere analoghe a quelle che si trovano sempre nella Pieve di Bardone e che rappresentano la Vergine con il bambino e San Giuseppe, mentre l’autore del Libro su Vigoleno Giorgio Eremo ritiene che queste figure rappresentino la SS Trinità.
Certo è che non sia casuale la presenza di queste tre figure sotto alla sirena bicaudata, il rilievo delle figure mette in luce che sono state realizzate fin dal principio sulla colonna quando è stata scolpita e che il capitello soprastante abbia trovato li naturale collocazione. Un simbolo profano e ricco di significati negativi alberga dentro alla chiesa ma viene affrontato da una triplice figura orante, le tre figure si tengono per mano in segno di unità perpetua.
Sulla parete dell’abside l’affresco di San Giorgio che uccide il drago che contrariamente alla iconografia classica è rappresentato in un cortile interno caratterizzato da una architettura con nicchie e una travatura in legno che si adatta alla curvatura dell’abside. Questo affresco, anche se meno dinamico di quello di Bartolomeo e Jacopino da Reggio conservato nella Cattedrale di Fidenza presenta delle interessanti analogie nell’impostazione del busto del Santo, con la corazza e la giubba crociata. Quest’opera, come per il tabernacolo potrebbe risalire agli anni nei quali gli Scotti divengono Conti e signori di Vigoleno.
Un altro affresco di notevole fattura e importanza è l’immagine di San Benedetto su una delle colonne in pietra della chiesa che una iscrizione posta sopra l’immagine data al 1427 19 iulii.
Vi sono poi all’interno della chiesa diversi altri affreschi, a destra dell’altare San Bernardino su un pulpito con il monogramma di Cristo accanto a un frammento con una Santa con un bambino in fasce in braccio.
Sulla parete sinistra Madonna del latte in trono tra i Santi Giovanni Battista e Gregorio IX(?) con i piccoli Santi Francesco e Domenico. In un altro riquadro circondato da una cornice a riquadri i Santi Cosma e Damiano medici e guaritori, a fianco una crocifissione che con il colore rosso di fondo ricorda la scuola romana e quella giottesca.






























